ALEX FANTINIarte · disciplina · conoscenza
STORIA E RICERCA · PRATICA · SPERIMENTAZIONE

Lo scudo come arma

Ricerca storica, comparazione marziale e sperimentazione nel combattimento a contatto pieno del Gran Maestro d’Armi Alessandro Fantini

Lettura indicativa · 12 min

In questo articolo

INTRODUZIONE

Quando si parla di scudo, l’immaginario moderno tende a considerarlo quasi esclusivamente uno strumento di protezione: una superficie dietro la quale ripararsi dall’attacco dell’avversario.

La storia delle armi racconta qualcosa di molto più complesso.

Lo scudo è stato protezione, arma, strumento di pressione, controllo della distanza e mezzo per creare un vantaggio geometrico nello scontro.

Dall’Europa antica alla scherma rinascimentale italiana, fino agli scudi guerrieri delle Filippine, forme molto diverse di combattimento hanno sviluppato soluzioni basate sul medesimo principio fondamentale: proteggere una linea mentre l’altra mano colpisce.

La ricerca del Gran Maestro d’Armi Alessandro Fantini parte da questo concetto, confrontando le testimonianze storiche con una sperimentazione marziale moderna basata non soltanto sulla ripetizione tecnica, ma sul combattimento dinamico e sul contatto pieno controllato.

L’obiettivo non è ricostruire con assoluta certezza ciò che un guerriero faceva secoli fa quando le fonti non lo consentono, ma studiare ciò che sappiamo storicamente e sottoporre i principi dello scudo alla verifica della pressione, della distanza, della velocità e della resistenza dell’avversario.

Alessandro Fantini con scudo e attrezzo da allenamento, scena cinematografica da video
Immagine cinematografica elaborata da riprese reali del workshop 2026.

DALLO SCUDO ANTICO AL SISTEMA DI COMBATTIMENTO

Nell’Europa antica lo scudo era una componente fondamentale dell’equipaggiamento militare. Non era necessariamente pensato come elemento indipendente: scudo, arma, posizione del corpo e formazione costituivano un sistema.

Nella guerra greca l’aspis permetteva al combattente di proteggere una parte considerevole del corpo mentre utilizzava principalmente la lancia. Nel mondo romano lo scutum raggiunse un livello ancora differente di integrazione con la tattica militare.

Il principio fondamentale era già evidente: lo scudo non deve semplicemente ricevere il colpo. Deve modificare lo spazio disponibile all’avversario.

  • linea d’attacco;
  • distanza;
  • angolo;
  • visuale;
  • possibilità di risposta;
  • equilibrio dell’avversario;
  • accesso dell’arma offensiva al bersaglio.

Lo scudo diventa quindi parte del movimento.

Scudo e mani nude: dimostrazione reale del workshop
Fotogramma reale del workshop 2026: esempio moderno del principio trattato, non una ricostruzione storica.

MEDIOEVO: LO SCUDO CAMBIA INSIEME AL COMBATTIMENTO

Nel corso del Medioevo europeo troviamo numerose geometrie: grandi scudi, scudi a mandorla, scudi triangolari, targhe e piccoli scudi impugnati centralmente. Cambiano dimensioni, materiali, sistemi d’impugnatura e rapporto con l’armamento difensivo personale.

Questo porta a una considerazione importante: non esiste una sola “tecnica dello scudo”. Uno scudo grande modifica il combattimento diversamente da uno piccolo.

Cambiano inerzia, visuale, velocità di rotazione, capacità di copertura e possibilità di accompagnare l’arma. Ed è esattamente uno degli aspetti che emergono quando differenti geometrie vengono sperimentate sotto pressione.

IL RINASCIMENTO ITALIANO: QUANDO LO SCUDO DIVENTA SCHERMA

Il Rinascimento italiano rappresenta uno dei periodi più interessanti perché disponiamo di fonti schermistiche molto più dettagliate.

L’edizione oggi conservata dell’Opera Nova di Antonio Manciolino fu stampata nel 1531, mentre l’Opera Nova di Achille Marozzo apparve a Modena nel 1536. Le tradizioni della Scuola Bolognese documentano un ambiente schermistico nel quale venivano studiate diverse combinazioni di armi.

Marozzo tratta un repertorio estremamente ampio comprendente, fra l’altro, spada accompagnata da rotella, targa e differenti tipi di brocchiero, oltre a daga, armi in asta e altre configurazioni.

Lo scudo non viene più interpretato semplicemente come protezione militare: diventa parte di una vera geometria schermistica.

Un esempio materiale permette di comprenderne anche le dimensioni reali: il Metropolitan Museum conserva una rotella o brocchiere milanese datata circa 1570–1580, in acciaio, con diametro di 55,2 centimetri e peso di circa 3,9 kg. Un altro scudo italiano del 1530–1550 conservato al Met misura 59,7 centimetri di diametro ed è realizzato in legno, cuoio e altri materiali.

Sono dati importanti perché mostrano quanto sia impreciso parlare genericamente di “scudo rinascimentale”. Dimensioni, peso e costruzione cambiano profondamente il comportamento dell’oggetto.

Alessandro Fantini con scudo e attrezzo da allenamento, scena cinematografica da video
Immagine cinematografica elaborata da riprese reali del workshop 2026. Esempio contemporaneo, non ricostruzione storica.

LO SCUDO NELLE FILIPPINE

Il panorama filippino presenta caratteristiche differenti. L’arcipelago comprende culture guerriere diverse e non può essere ridotto a un unico sistema marziale.

Esistono scudi di differenti forme e provenienze, utilizzati insieme a lance e armi da taglio. Le collezioni museali permettono ancora oggi di studiare alcuni esemplari originali.

Il Metropolitan Museum conserva, per esempio, uno scudo Moro filippino del XVIII–XIX secolo, ricavato da un’unica tavola di legno e dotato di impugnature interne integrate. Ha un diametro di circa 78,7 cm e pesa circa 2,39 kg.

Un secondo esemplare Moro del XVIII–XIX secolo è costruito in legno e rattan, misura circa 76,2 cm di diametro e pesa circa 3,81 kg.

Questi reperti dimostrano che nelle Filippine esistevano scudi di dimensioni importanti e che la relazione tra legno, rattan, geometria, peso e sistema d’impugnatura merita uno studio specifico.

Ma qui emerge una differenza metodologica fondamentale rispetto all’Europa rinascimentale. Per la scherma italiana disponiamo di trattati che descrivono sistemi tecnici; per molte tradizioni filippine dello scudo disponiamo soprattutto di reperti, iconografia, documentazione storica ed etnografica.

Per questo bisogna evitare di trasformare automaticamente una moderna interpretazione marziale in una presunta tecnica storica.

Scudo e mani nude: dimostrazione reale del workshop
Fotogramma reale del workshop 2026: esempio moderno del principio trattato, non una ricostruzione storica.

EUROPA E FILIPPINE: DUE STRADE, PRINCIPI COMUNI

La comparazione diventa estremamente interessante quando smettiamo di cercare tecniche identiche e iniziamo a confrontare problemi biomeccanici identici.

  • Come vedere l’avversario senza scoprirsi?
  • Quanto avanzare lo scudo?
  • Quanto tenerlo vicino al corpo?
  • Come evitare che lo scudo ostacoli la propria arma?
  • Come reagire quando l’avversario attacca lateralmente?
  • Come utilizzare il bordo?
  • Come impedire che l’avversario controlli lo scudo?
  • Come combattere quando la distanza collassa?

Sono problemi che attraversano culture ed epoche. Ed è precisamente qui che entra la sperimentazione.

LA RICERCA SPERIMENTALE DI ALESSANDRO FANTINI

Nel lavoro del Gran Maestro d’Armi Alessandro Fantini, lo studio dello scudo viene portato fuori dalla condizione puramente dimostrativa.

Una tecnica continua a funzionare quando l’avversario non collabora?

Per verificarlo, Fantini ha sperimentato differenti configurazioni di scudo attraverso esercitazioni progressive e combattimento a contatto pieno controllato con equipaggiamento adeguato.

Il combattimento viene utilizzato come strumento sperimentale: non per dimostrare che una simulazione moderna riproduca perfettamente una battaglia antica, ma per osservare cosa accade quando vengono introdotti velocità reale, pressione, finte, attacchi consecutivi, cambi di angolo, collisione, affaticamento e imprevedibilità.

SPERIMENTARE SCUDI DIFFERENTI

Una parte particolarmente interessante del lavoro consiste nel confrontare scudi di geometria, peso e sistema d’impugnatura differenti. Ogni variazione modifica il combattimento.

Scudo piccolo

È rapido. Permette maggiore mobilità dell’arto, ma lascia una superficie corporea maggiore esposta. Richiede quindi maggiore precisione nella lettura della traiettoria e diventa quasi una seconda arma schermistica.

Scudo medio

Rappresenta spesso un compromesso interessante tra mobilità e copertura. Permette di lavorare con maggiore sicurezza sulla chiusura delle linee senza penalizzare eccessivamente l’azione offensiva.

Scudo grande

Offre una copertura superiore, ma introduce problemi differenti: peso, inerzia, visibilità, recupero dopo movimenti ampi e possibilità che l’avversario utilizzi lo stesso scudo come ostacolo contro il proprietario.

Ed è qui che il combattimento a pressione diventa illuminante: più protezione non significa automaticamente maggiore efficacia.

LO SCUDO NON DEVE INSEGUIRE L’ARMA

Uno dei principi emersi dalla sperimentazione è l’errore di cercare continuamente l’arma avversaria con lo scudo.

Quando lo scudo insegue il colpo, l’avversario può utilizzare finte e cambi di linea. Il combattente finisce per aprire da solo il bersaglio.

Una concezione più efficace consiste nel ragionare in termini di linee e settori. Non bisogna necessariamente fermare la mano: bisogna impedire alla traiettoria di raggiungere il bersaglio mentre contemporaneamente si crea la propria linea offensiva.

SCUDO E ARMA DEVONO ESSERE UN SOLO SISTEMA

Un secondo risultato fondamentale riguarda la coordinazione. L’errore del principiante consiste spesso nel pensare: prima paro con lo scudo, poi attacco con l’arma.

Nel combattimento sotto pressione questa separazione produce ritardo. La soluzione più efficace è far lavorare contemporaneamente le due metà del corpo.

Lo scudo chiude mentre l’arma entra. Protezione e attacco diventano due componenti della stessa azione.

LO SCUDO COME STRUMENTO OFFENSIVO

La sperimentazione dimostra quanto sia limitante definire lo scudo semplicemente “difesa”. Lo scudo può diventare uno strumento di pressione, deviazione, occupazione, sbilanciamento e controllo dello spazio.

A lunga distanza protegge principalmente dalle traiettorie. A distanza intermedia può interferire direttamente con l’arma. A distanza ravvicinata diventa una struttura fisica interposta tra i due combattenti.

Nella moderna sperimentazione sportiva o marziale, qualsiasi impiego di contatto deve naturalmente essere adattato alle protezioni e alle regole di sicurezza.

IL PROBLEMA DELLA VISIONE

Un grande scudo protegge, ma contemporaneamente nasconde. Questo paradosso emerge immediatamente nel combattimento libero.

Portare lo scudo troppo alto può ridurre la capacità dell’avversario di colpire direttamente il volto, ma può anche ridurre la capacità del difensore di leggere spalle, arma e movimento.

Per questo la posizione efficace non è necessariamente quella che offre la massima superficie protetta. È quella che offre il miglior rapporto fra copertura, visione, mobilità e capacità offensiva.

FOOTWORK: È IL CORPO CHE PORTA LO SCUDO

Un’altra conclusione importante della ricerca di Fantini riguarda il movimento. Lo scudo non può compensare un cattivo footwork.

Se il combattente rimane statico, ogni difesa richiede allo scudo un movimento maggiore. Se invece il corpo modifica correttamente l’angolo, lo scudo deve lavorare molto meno.

Non bisogna mettere semplicemente lo scudo tra sé e l’arma. Bisogna mettere l’intero corpo nella posizione dalla quale lo scudo può dominare quella linea.

Lo scudo diventa quindi inseparabile dal passo.

Alessandro Fantini con scudo e attrezzo da allenamento, scena cinematografica da video
Immagine cinematografica elaborata da riprese reali del workshop 2026.

IL CONTATTO PIENO COME LABORATORIO

La parte più moderna della ricerca consiste nell’utilizzare il full contact controllato come laboratorio marziale. Non per stabilire chi sia il combattente più forte, ma per verificare cosa sopravvive alla pressione.

  • perdita della postura;
  • reazioni istintive;
  • chiusura della visuale;
  • affaticamento del braccio;
  • difficoltà nel recuperare uno scudo pesante;
  • collisione tra arma e scudo;
  • attacchi multipli e cambi improvvisi di linea;
  • difficoltà nel mantenere la distanza;
  • tendenza a nascondersi dietro lo scudo;
  • esposizione involontaria della mano armata;
  • perdita della coordinazione tra difesa e contrattacco.

È questa pressione a trasformare una tecnica teoricamente possibile in una tecnica verificabile all’interno delle condizioni della simulazione. Il combattimento moderno non può dimostrare esattamente ciò che accadeva su un campo di battaglia del XVI secolo, ma può mostrare quali soluzioni biomeccaniche risultano più robuste di altre quando vengono sottoposte a opposizione.

DALLA STORIA AL LATOSA COMBAT ESCRIMA

Per Fantini questa ricerca incontra naturalmente i principi sviluppati nel suo studio del Latosa Combat Escrima.

Non significa affermare che la scherma rinascimentale italiana e le arti guerriere filippine siano la stessa cosa. Storicamente sarebbe un errore.

Il punto di incontro è nei principi del combattimento: distanza, tempo, struttura, equilibrio, potenza, angolo, posizionamento, economia del movimento.

Quando viene introdotto uno scudo, questi principi non scompaiono. Cambiano forma.

Lo scudo diventa una struttura mobile attraverso la quale controllare lo spazio mentre l’altra mano conserva la capacità offensiva.

LA DIFFERENZA TRA RICOSTRUZIONE E SPERIMENTAZIONE

Il lavoro moderno deve mantenere una distinzione fondamentale: la fonte storica dice ciò che possiamo documentare; la sperimentazione dice ciò che possiamo verificare oggi.

Quando le due cose coincidono abbiamo un’indicazione estremamente interessante. Quando divergono, la divergenza stessa diventa oggetto di studio.

È questa, secondo Fantini, la strada più seria per affrontare le antiche arti del combattimento: studiare i reperti, studiare i trattati, ricostruire gli strumenti, cambiare peso e dimensioni, indossare le protezioni, mettersi davanti a un avversario che non ha alcuna intenzione di collaborare e verificare.

CONCLUSIONE — LO SCUDO TORNA A ESSERE UN’ARMA

Dall’aspis allo scutum, dagli scudi medievali alla rotella e al brocchiero rinascimentale, fino agli scudi tradizionali delle Filippine, cambia la forma ma rimane una domanda universale:

Come posso controllare la linea dell’avversario senza rinunciare alla mia capacità di colpire?

La ricerca storica fornisce una parte della risposta. I reperti museali ci mostrano dimensioni, materiali e costruzione. I trattati europei rinascimentali ci consegnano una straordinaria testimonianza tecnica. I reperti filippini mostrano quanto fosse ricco e diversificato anche il patrimonio dello scudo nell’arcipelago.

La sperimentazione del Gran Maestro d’Armi Alessandro Fantini aggiunge una domanda moderna: “Cosa accade quando restituiamo allo scudo movimento, pressione e un avversario realmente resistente?”

È in quel momento che lo scudo smette di essere un oggetto appeso alla parete di un museo.

Torna ad avere peso.
Torna ad avere inerzia.
Torna a occupare lo spazio.

NON SOLTANTO UNA DIFESA.
UNA PARTE INTEGRANTE DEL SISTEMA D’ARMI.

Gran Maestro d’Armi Alessandro Fantini
Ricerca e sperimentazione sul combattimento storico e filippino con scudo – dal documento alla verifica sotto pressione.

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